Locandina Dopo Caravaggio Museo Pretorio Prato
Si sa, per noi toscani la storia dell’arte si ferma nel ‘500 e ha un unico breve ritorno di fiamma con Macchiaioli e impressionisti, ma la mostra di Palazzo Pretorio a Prato sul ‘600 napoletano, che si protrarrà fino al 13 aprile 2020, vale la pena di essere vista e approfondita. Già il titolo “Dopo Caravaggio” ne lascia intendere l’interesse: furono gli stessi Medici a collezionare i quadri del pittore lombardo e dei suoi seguaci e lo stesso Palazzo Pretorio vanta un certo numero di opere del naturalismo postcaravaggesco.

Di fatto, il Museo di Palazzo Pretorio a Prato conserva uno dei nuclei più importanti di opere del Seicento napoletano in Toscana, che in occasione della mostra è stato oggetto di ulteriori studi e restauri. L’attuale mostra si inserisce nel filone dell’approfondimento e della valorizzazione dei ricchi depositi cittadini, nel  dialogo e nel raffronto con opere provenienti da altre collezioni, nella fattispecie quella della Fondazione De Vito. L’ingegner Giuseppe De Vito, nato a Portici nel 1924, era allo stesso tempo appassionato di Firenze e della pittura napoletana del Seicento: a lui si deve il periodico “Ricerche sul ‘600 napoletano” e una delle più notevoli collezioni private in materia, con sede nella villa di Olmo, presso Vaglia.

La mostra dà l’occasione di curiosare negli antichi registri della quadreria della famiglia pratese Vaj e di scoprire il ricco lascito, che fece arrivare a Prato opere come il “Ripudio di Agar” di Mattia Preti, con la tipica posa della donna, presa di spalle, e “Giacobbe e il gregge di Labano” di Jusepe de Ribera. Fa invece parte della collezione donata dalla famiglia Martini, commercianti di stoffe, il “Buon samaritano” di Nicola Malinconico, mentre il “Noli me tangere” di Giovanni Battista Caracciolo, detto il Battistello, giunge dall’Ospedale “Misericordia e Dolce” di Prato. Allo stesso tempo, si apre una finestra su una realtà culturale di rilievo, sebbene poco conosciuta, alle porte di Firenze, quella della Fondazione De Vito.

Un’importante chiave di lettura è quella del restauro: il “Giovanni Battista fanciullo” di Battistello ha recuperato una leggibilità che colpisce, con la luminosa cromia rosata delle carni del fanciullo e le grandi mani arrossate fino al polso, tipiche del Battistello, benché alterate dalla perdita di alcune velature in occasione di rimaneggiamenti precedenti. Allo stesso modo, impressiona il “Vecchio in meditazione con cartiglio” del Maestro dell’Annuncio ai pastori con il suo abito sdrucito e le toppe, così realistiche da far intravedere i punti del rammendo, e l’espressione intensa, da filosofo.

Ancora più importanti i restauri del “Ripudio di Agar” e del “Giacobbe e il gregge di Labano”, in quanto entrambi i quadri presentano notevoli danni da esposizione a calore, forse per una stiratura in occasione di un’antica rintelaiatura. Il primo è in mostra, assolutamente godibile, permeato com’è dall’uso della penombra, luminoso negli scorci arditi, con particolari di pregio come il volto del fanciullo di destra, che affiorano grazie alla ripulitura. Del secondo invece è disponibile un video, che mostra le fasi preparatorie al restauro attualmente in atto presso l’Opificio delle Pietre dure di Firenze. Ritrovato nelle soffitte di Palazzo Pretorio alla fine degli anni ’70,  in pessime condizioni, fu per decenni considerato non restaurabile finché, grazie alle attuali tecnologie e complice l’attuale mostra, fu nuovamente esaminato e giudicato meritevole di una lunga opera di ripuliture e conservazione. Si tratta infatti con ogni probabilità di una replica dell’omonimo dipinto realizzato da Jusepe de Ribera nel 1632 e conservato presso il Monastero di San Lorenzo all’Escorial, in Spagna, come mostra l’indagine radiografica effettuata prima dell’intervento di restauro.


A nostro avviso, sono a ssolutamente da non perdere: l’incomunicabilità di Cristo e della Maddalena, che non si trovano con lo sguardo né si toccano nel “Noli me tangere” del Battistello, e i piani di luce che disegnano le due figure; l’agnello del “San Giovanni Battista nel deserto” di Massimo Stanzione, tanto realistico da sembrare vivo; l’espressione, con i suoi capelli e le profonde rughe, del “Sant’Antonio abate” di Jusepe de Ribera; il riflesso dell’ “Uomo in meditazione davanti a uno specchio” del Maestro dell’Annuncio ai pastori; il dolce abbandono di sant’Orsola, stretta fra i suoi carnefici nel dipinto di Giovanni Ricca; l’antico pozzo di Giacobbe, simbolicamente attraversato da una crepa, che riporta la scena del Vecchio Testamento in cui Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia nel “Cristo e la Samaritana” di Antonio De Bellis, con l’inconsueta centralità della Samaritana stessa, che interloquisce con il Cristo, anziché rimanere passivamente in ascolto.

Infine, bellissima, la “Scena di carità con tre fanciulli mendicanti”, in cui Mattia Preti ci dà una testimonianza pittorica della situazione a Napoli dopo la grande peste del 1656. Unico artista di rilievo sopravvissuto a una pestilenza che aveva portato via oltre la metà della popolazione, il Preti si fa carico di descrivere le precarie condizioni della popolazione e in particolare quella dei piccoli orfani, qui rappresentati a grandezza poco meno che naturale, occupando quasi per intero lo spazio pittorico. La luce rivela plasticamente solo alcuni  tratti, evidenziando il gesto della mano che chiede la carità; i tre fanciulli acquistano una solennità quasi monumentale che restituisce loro dignità e ne riscatta la miseria, anche grazie a echi classici leggibili nelle loro posture. Preti non indulge al comico o al grottesco, né alla pittura di genere, aspetto questo sottolineato dal grande formato, tipico dei soggetti sacri.

In contemporanea, e fino al 6 gennaio, sarà possibile visitare il “Presepe tradizionale napoletano, con le figure della Collezione De Vito, particolarissime in quanto hanno la testa e gli arti in terracotta, gli occhi di vetro e sono vestite con stoffe di grande pregio.



Prato, Museo di Palazzo Pretorio
“Dopo Caravaggio. Il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione Di Vito”
dal 14 dicembre 2019 al 13 aprile 2020
Aperto tutti i giorni (eccetto il martedì non festivo) con orario continuato dalle 10.30 alle 18.30.
Chiuso per la festività di Natale.


Visite guidate: 22, 29 dicembre e 6 gennaio ore 11 e ore 16;  26, 27 dicembre, 1 e 6 gennaio ore 16; 28 dicembre ore 11

Biglietto museo e mostra:
€ 10intero, € 8 ridotto (Trenitalia, Coop Firenze, soci Arci, soci Touring, soci FAI), 6  € (possessori voucher partecipazione EatPrato Winter. Validità 14/12-6/1), € 4 ridotto (Under 26). Ingresso ridotto 8 € per i visitatori che raggiungono Prato in treno, esibendo il biglietto alla cassa del Museo.

Info e prenotazioni: Tel. +39 0574 24112 da lunedì a sabato 9.30-19; domenica 9.30 18.30
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.palazzopretorio.prato.it
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Dal 21 dicembre al 6 gennaio biglietto unico di € 15 per visitare le mostre del Museo di Palazzo Pretorio e del Museo del Tessuto, inclusa la mostra “Pinocchio nei costumi di Massimo Cantini Parrini dal film di Matteo Garrone”.

http://www.palazzopretorio.prato.it/it/mostre-ed-eventi/mostre-in-corso/dopo-caravaggio-il-seicento-napoletano-nelle-colle/

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