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IL MIO GATTO MUGOLINO

 

Il gatto MugolinoQuando ero bambina, vivevo in campagna con i miei genitori. Intorno alla casa c'erano campi coltivati a fiori, un po' più in là il pollaio, la conigliera e naturalmente c'erano i gatti. Erano importanti per tener lontani i topi, ma io non pensavo certo a questo aspetto. Per me erano amici, pelosi e morbidi compagni di gioco, e li ho amati tutti.

Ne ricordo però uno in particolare, perché la sua mamma morì pochi giorni dopo che lui era nato. Era piccolissimo, con gli occhietti ancora chiusi; non sapeva miagolare, ma emetteva un lamento così forte, come un disperato richiamo alla mamma, che arrivasse, calda, rassicurante, con le sue mammelle gonfie di latte.

Per questo suo modo di piangere, io lo chiamai Mugolino e cercai di nutrirlo, dandogli il latte con il biberon della mia bambola e poi con un cucchiaino.

Mugolino crebbe e divenne un meraviglioso gatto con una lucente pelliccia tutta nera, che brillava sotto il sole. Era snello, dai movimenti flessuosi. Dormiva spesso e sembrava pigro, forse perché non aveva bisogno di darsi da fare per procurarsi il cibo.

Solo al mattino era molto agitato, e quando mia madre si alzava, prima in tutta la casa, non le dava pace, miagolando e strusciandosi alle gambe, facendola quasi inciampare, fino a che non aveva avuto la sua ciotola di latte. Poi se ne andava in giro per i campi, come un generale che ispeziona le sue truppe.

Lo vedevo camminare mollemente, poi d'un tratto drizzare le orecchie, puntare qualcosa e finalmente dare l'assalto, con un'agilità impensabile.

Spesso, mentre studiavo, mi saltava sulle ginocchia e con dolce prepotenza, si affacciava alla scrivania.

Osservava tutto con uno sguardo curioso e attento. Se stavo scrivendo, i suoi occhi seguivano per pochi attimi quello strano prolungamento della mia mano che si muoveva sul foglio, poi allungava la zampina e colpiva la matita, come se fosse stata una preda. Solo quando la vedeva immobile, sdraiata sulla pagina del quaderno, sembrava soddisfatto.

Allora cercava la posizione più comoda, si acciambellava e cominciava a fare le fusa, mentre io, di tanto in tanto, lo accarezzavo leggermente.

Quante pagine ho letto ad alta voce, con lui sulle ginocchia! Con quell'amico a quattro zampe, studiare mi sembrava meno faticoso.