Stampa 

 

SEMENZA DEL TRE

ChiodiBolognetti era l’unico calzolaio di Pisciarelli quando vi frequentai qualche classe delle elementari. Il suo vero nome era Peppe Manni. Non ho mai saputo perché lo chiamassero Bolognetti.
Lavorava nell’unica botteguccia della piazza. Le pareti interne erano tappezzate di fogli del “Rugantino”, un periodico satirico che andava allora. I clienti potevano intrattenersi indifferentemente in lettura o in conversazione.

Il deschetto da calzolaio, carico di arnesi e materiali nuovi e misteriosi, ed i misurati gesti, tipici del mestiere, mi erano fonte di meravigliata ammirazione.

L’artigiano, prelevando acce di giusta lunghezza dal gomitolo di filo grezzo, costruiva lo spago attorcigliandolo con la mano sul suo ruvido grembiule. A seconda della cucitura cui era destinato poteva essere di quattro, otto o sedici capi. Le estremità, dove poi si sarebbe inserita la setola, venivano rese sottili sfiocchettando a pizzicotti d’unghia i singoli fili. Lo spago veniva rifinito sfregandolo di bionda cera e di nera pece: l’una per la levigatura, l’altra per l’impermeabilità.

L’esecuzione del punto iniziava con un foro praticato con la lesina nei due lembi di cuoio da cucire insieme. Una rotazione della lesina, il cui ferro era di sezione ovale, consentiva l’introduzione nel foro dell’estremità dello spago provvista di setola. La lesina veniva estratta. L’altra punta dello spago doveva incrociarsi con la prima nello stesso foro, che si era richiuso appena tolta la lesina. Allora veniva in soccorso la tecnica. Era prescritto di forare con la lesina lo spago già infilzato, introdurre nel foro l’altra punta e tirare indietro fino a farla uscire dalla parte opposta, sbrogliarla e tirare dalle due parti. Il completamento del punto era lo stringimento con la giusta dose di forza.

Bolognetti arrotolava le due estremità del filo sulle due mani protette da semiguanti, tirava vigorosamente estendendo ampiamente entrambe le braccia e controllava attentamente che il punto si nascondesse nello spessore delle due suole. Caratteristico era il mugolio che dapprima accompagnava lo sforzo poi, senza interruzione, approvava il risultato ottenuto. Gesto e suono erano pieni di enfasi e concludevano degnamente il meticoloso preparativo con fori e forellini.

I paesani insinuavano che Bolognetti, quando era preoccupato per imminenti scadenze di lavoro, sognasse di cucir suole e stringesse i punti anche a letto, menando ingiustificati manrovesci alla innocente consorte, fino a che entrambi non si svegliavano e non ridevano di cuore sull’accaduto.

Capitavo spesso nella bottega di Manni. Mi ci mandava il maestro Beni a comperare due lire di semenze del tre.

Le due lire erano quelle gialle di carta, della stessa serie della liretta verde, e le semenze sono i chiodini da calzolaio, con cui il maestro Beni inchiodava, da sé, i soprattacchi di gomma alle scarpe gialle.

Noi, gente di campagna, non eravamo così raffinati: ai tacchi delle scarpe buone, quando ne avevamo, portavamo i ferretti, ed anche sulle punte.

Non toccavo nulla, anche se morivo dalla voglia di saggiare la consistenza della pece e della cera vergine, la rigidità delle setole, la capacità di forare della lesina dritta e di quella curva. Ma non osavo: ero abituato a non osare. Venivo, abitualmente, tenuto “fuori”. Severamente. Acché la mia timidezza si conservasse o si accrescesse.

I miei andirivieni tra scuola e bottega si svolgevano all’incirca così.Chiodi

Prima andata: due lire in mano e l’incarico di pregare il signor Manni, calzolaio, di consegnarmi, per il maestro, cortesemente, due lire di semenze da tre centimetri.

Memorizzavo accuratamente le forbite parole del maestro e le ripetevo mentalmente durante il tragitto: “cortesemente”, “consegnarmi”,“signor Manni”.

Dimenticavo tutto e riferivo con parole mie, espressive e senza fronzoli: «Pè’, ’r maestro vò’ du’ lire de semenze». Poi, con l’aria e col tono di chi non si fida troppo del detto ‘ambasciator non porta pena’, aggiungevo: «Cortesemente e... consegnarmi».

Non “signor Manni”: Peppe era Peppe!

Primo ritorno: un cartoccino di semenze in una mano e le due lire nell’altra; in più il compito di dire al signor maestro che il calzolaio Manni non credeva opportuno né morale accettare un pagamento per pochi grammi di semenze miste.

Allora: “opportuno”, “morale”, “pochi grammi”. Non “Miste”. No! Erano del tre. Non dovevo aver dimenticato; vergogna!

«Signor maestro, nu’ le vò’». E, porgendo le due lire, «opportuno, pochi grammi e... morale».

Seconda andata: due lire e da dire al signor Manni che il maestro Beni riteneva doveroso compensarlo per la fornitura di una merce domandata, seppure in esigua quantità. Si considerava, in ogni modo, favorito per aver potuto omettere un viaggio a Bracciano onde provvedersi del necessario per un piccolo lavoro.

«Ha detto che te l’hai da pià’»… «Omettere, onde e… favorito».

Secondo ritorno: le due lire e da dire, - e dirlo bene - che il calzolaio insiste nel rifiutare i soldi; anzi, considera un privilegio poter gentilmente e civilmente relazionarsi in amicizia con l’insegnante, anche lui titolare di un essenziale incarico nella frazione.

«Signor maestro, nu’ le vò’ propio!»… «Privilegio, gentilmente, civilmente e... titolare».

Neppure alla lontana potevo pensare di riferire l’offesa alle arti liberali che percepivo nell’immodesto relazionarsi alla pari del Manni.

Sguardo severo e corrucciato del maestro e repressione, da parte mia, di due lacrimoni che vogliono venir fuori ad ogni costo.

Terza andata: le due lire ed il compito di insistere, da parte del maestro Beni, perché vengano accettate per i motivi suesposti; devo, altresì, essere convincente. Inoltre non devo tornare indietro con i soldi per-nes-sun-mo-ti-vo.

Da Manni; mano tesa con le due lire: «… ». Scena muta per inghiottire il singhiozzo che sale alla gola e lotta furiosa con i due lacrimoni.

Terzo ritorno: le due eterne lire e il tassativo incarico di riferire sul cortese, ma definitivo rifiuto; anzi, offrire al signor maestro i servigi gratuiti del Manni se, come sembra, trattasi di un intervento di cui è capace addirittura il signor maestro. Non mi facessi più vedere con quei soldi in mano. Infine - e questo fu detto con tono risentito e severo - la penosità delle schermaglie dipendeva dalla mia insulsaggine. Stessi attento a riferire con precisione quello che ascoltavo: ne ero incapace? cosa imparavo a scuola?

Dalle arti liberali l’ingiuria si trasferiva, ormai. sull’inetto maestro e sul degno allievo. La vita in un ambiente uso d’abitudine a simili cortesi villanie me ne forniva una percezione chiara anche in mancanza di un’articolata formulazione.

Cosa fare? Ero, come avrò già detto, timidissimo. Un bambino normale si sarebbe sbarazzato ben presto dell’oggetto di tanta contesa convertendolo con vantaggio in un pizzico di confettini di zucchero nel negozio di Amalia. In un colpo avrebbe fatto contenti i due schermidori e se stesso.

Io no. Ero tonto e pauroso. Desideravo morire, dato che nessuno mi avrebbe mai aiutato. Piuttosto che tornare da Brillo e confermargli il rifiuto di Bolognetti tendendogli le maledette e ormai spiegazzate due lire gialle, preferivo scomparire definitivamente.

Ma perché non mi mandava soltanto a “fare l’inchiostro” con le cartine di tannato di ferro ed il bottiglione? Avrei avuto da trattare soltanto con l’acqua della fontanella e non mi sarei cacciato nelle angustie delle relazioni sociali e della diplomazia!

Tali sconsolate riflessioni si accompagnavano ad un pianto dirotto, del quale provavo anche vergogna. Del disastroso esito delle mie ambasciate si sarebbe saputo anche a Sfodera, dove gli zii, presso cui alloggiavo, mi avrebbero ancora dato di inetto, tontolone e incapace. Erano impegnatissimi, per me, nella doma; per l’educazione non sapevano.

Come finì? Non lo ricordo. Credo di aver concluso il terzo ritorno piangendo e posando le due lire sulla cattedra senza dir nulla e senza guardare in faccia il maestro; subito dopo tornando a precipizio al mio banco con l’atteggiamento di chi non vuole più sapere di alzarsi, né di lire, semenze, maestri o ciabattini.

Certo è che la vicenda mi aveva anche messo una grande rabbia in corpo. Infatti, all’uscita dalla scuola, riuscii a colpire la campana grande della chiesa con una sassata.

Tanti altri tentativi erano andati a vuoto per la scarsa forza del tiro, tra la derisione dei compagni che, più grandi, robusti e disinvolti, la colpivano con grande successo e tranquillità.

Non ci fu, oltre a quella intima, alcuna soddisfazione per me. Nessuno disse, per esempio: “Ormai sei dei nostri anche tu”. No. Rimanevo “fuori”. Forse nessuno voleva interferire col programma della mia doma.

La fama arrivò a Sfodera prima del rintocco. Gli zii vennero subito avvisati perché potessero “correggermi” ed aiutarmi, con rimbrotti e punizioni di tipo militare, ad essere “fuori” per la vita.

 

 

F. Varani