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L’ATTESA

 

Un lampo illumina per un attimo la camera, ed io per l’ennesima volta, ho intravisto i mobili, le tende…. un ambiente familiare che in questa luce balenante, sembra sconosciuto e ostile, come una prigione.

Gli scrosci d’acqua sembrano aumentare ad ogni tuono e io penso a qualcuno, che quando era piccolo, aveva paura dei temporali, si rifugiava nel mio letto abbracciandomi stretta. Ora dove sarà?

L’eterno interrogativo martella le mie tempie senza tregua.

Accendo la luce e mi siedo sul letto; il visino sorridente di Franco, dalla foto della Prima Comunione, sembra incoraggiarmi a sperare.

Sento le lacrime che mi pungono gli occhi, anche stanotte sarà simile alle altre, senza riposo, trascorsa a pensare.

La grande  solitudine mi fa rifugiare nel passato, tra i miei ricordi, quasi che rivivendo le vicende trascorse mi aiuti a capire, dove ho sbagliato.

Sto logorando il mio sistema nervoso, sto tormentando me stessa, come per punirmi per chissà quale colpa, ma la verità è che mi sento colpevole, anche se non so di che cosa.

Quando morì mio marito, dodici anni fa, il mondo mi crollò addosso, ma non solo quello affettivo, ma anche quello finanziario; nel dolore dovetti ben presto arrendermi alla realtà e trovarmi un lavoro.

Mio figlio mi aiutò a superare la crisi. Per lui reagii al dispiacere, per lui sopportai i disagi della nuova situazione, giurando a me stessa che mai avrebbe risentito di essere orfano.

Bene o male riuscii in quello che mi ero prefissa, anche se a prezzo di sacrifici e rinunce.

Finì le elementari, andò alle medie, poi frequentò per qualche anno un Istituto ma senza profitto, così volle smettere, ormai scoraggiato. Provai a cercargli un lavoro, ma trovai solo promesse e nient’altro.

Al tempo della disgrazia, Franco aveva dieci anni.

Era un bimbo tranquillo, buono, che apparentemente non risentì della svolta seguita alla morte di suo padre, infatti pur essendo un brav’uomo, non gli aveva mai dato confidenza, così che il rapporto tra loro era quasi inesistente. Forse a modo suo gli voleva bene, dopotutto era suo figlio, ma mai che abbia avuto per lui un gesto affettuoso o tale da suscitare nel  bambino una rispondenza da creare un legame affettivo.

Io cercavo di compensarlo concedendogli tutto l’amore di cui ero capace. Per questo quando mio marito venne a mancare , il bimbo fu triste per un paio di giorni, poi ritrovò il suo sorriso di prima.

Per qualche anno le cose andarono in modo soddisfacente ed ero abbastanza contenta, ma ben presto dovetti accorgermi di quanto fosse precaria la serenità che credevo di essermi conquistata per sempre. Una sera Franco non rientrò.

Ormai sedicenne spesso usciva con gli amici, però solitamente era puntuale per l’ora che mi diceva, ma quella sera non fu così. Tutta la notte attesi col cuore in gola, fino a che alle quattro del mattino una macchina della Polizia si fermò alla porta e un agente accompagnò mio figlio in casa. Mi disse che faceva parte di un gruppo che avevano fermato per un controllo, ma era risultato niente a suo carico, ma che avrei fatto bene a vedere che frequentava. Ora è minorenne, aggiunse l’agente, ma poi quando sarà maggiorenne, le cose potrebbero andare molto diversamente. E con queste parole se ne andò.

Quelle volta parlammo a lungo Franco ed io. Si scusò per lo spavento che mi aveva fatto prendere e mi promise solennemente di comportarsi bene. Mi rendevo conto perfettamente di non avere né i mezzi per controllarlo da vicino e mi raccomandavo a lui di non darmi dispiaceri. Pareva deluso e amareggiato dalla mancanza di lavoro, ma cercai di incoraggiarlo ad avere pazienza e fiducia che tutto prima o poi si sarebbe sistemato, infime era tanto giovane! E per un po’ le cose tornarono come prima. Poi, gradatamente prese l’abitudine di stare a letto fino a tardi al mattino, anzi, spesso si alzava quando io rientravo dal lavoro, di conseguenza alla sera non trovava mai l’ora di rientrare. Ai miei rimproveri aveva sempre una valida scusa da opporre. Si era allontanato da me, chiudendosi in sé stesso, ma io davo la colpa al fatto che stava facendosi uomo, anche se dentro di me avevo paura di qualcosa che non potevo combattere, non sapendo di cosa si trattava.  E aspettavo, sperando di sbagliarmi. Intanto aumentavano le sue richieste di denaro. Facevo del mio meglio per accontentarlo, destreggiandomi fra l’indispensabile e la mia modesta paga, sufficiente fino a poco tempo prima ma ora non più, viste le sue esigenze.

La sera che mi portò in casa quel suo amico, capellone, sporco e dall’espressione di pazzoide spiritato, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Logicamente, mi ribellai: avere quel tipo per casa era una cosa intollerabile.

E mio figlio esigeva di farlo dormire da noi!

Ero decisa ad essere irremovibile, e lo fui, ma la reazione di Franco alle mie proteste fu violenta e inaspettata.

Non mi toccò, ma fu peggio che se lo avesse fatto, mi trovai davanti un essere sconosciuto pronto a lottare contro sua madre per un estraneo qualsiasi. Il dispiacere si fece sentire come un dolore fisico che mi accasciò.

Intanto l’amico, godendosi la scena fumava tranquillamente stravaccato sulla mia poltrona, con un sorrisetto ironico sulle labbra. Dopo, il ricordo divenne incubo: Franco, il volto trasfigurato dall’ira, chiamò l’amico, che abbandonò a malincuore la comoda poltrona, e con lui si avvicinò alla porta; poi si volse  e con voce irriconoscibile mi sibilò – Non hai ospitato lui, non ospiterai neanche me, addio! – Sbattè la porta ed io rimasi sola.

Il primo giorno pensai a una logica ripicca, il secondo che volesse punirmi, il terzo a una specie di vendetta.

Poi subentrò lo sgomento. I giorni si susseguirono ai giorni, monotoni, uguali, tutti fatti d’attesa.

Chiesi a ragazzi che conoscevano mio figlio, se lo avevano visto, ma nessuno ne sapeva niente. Feci fare ricerche da persone specializzate per questo; rimasero senza esito.

Franco pareva svanito nel nulla.

Da allora i miei giorni, le mie notti sono popolati da incubi. Il telefono che squilla, il campanello che suona, qualcuno che si ferma sotto casa nella notte, tutto mi fa sobbalzare. I  mesi, gli anni, si sgranano come un rosario di paure, rimorso e domande a cui non posso dare risposta. Dove sarà il mio bambino? Un bambino che ora avrebbe ventidue anni e da cinque non so più nulla di lui. Se ne andò così, con i vestiti che aveva addosso, senza soldi, e non ha più dato segno di vita.

Chi o cosa gli impedisce di tornare? Possibile che abbia cancellato in un colpo tutto l’affetto che aveva per me?

Como posso fargli sapere che sono pronta a perdonare ogni suo errore, a curarlo, se non so dove sia?

D’un tratto, nel frastuono del temporale, mi è sembrato di udire il suono del campanello: Senza riflettere faccio le scale di corsa, il pensiero che possa essere lui mi mette le ali ai piedi. Apro e una folata di vento misto a pioggia mi investe inzuppandomi. Fuori non c’è nessuno!

Acqua e lacrime si mescolano sul mio viso; quando finirà o Signore la mia attesa disperata?