Pecore



ABIGEATO

 

Incontrai Pini in treno. Io andavo a Ferrara per vedere amici e mostre di celebri artisti, lui a Bologna per raggiungere Badi, dov’è la sua casetta di montagna. Le nostre consorti, che si erano conosciute in Abruzzo per ragioni di funghi e vacanze, presero a conversare tra loro e noi, memori del tempo trascorso a lavorare insieme nell’informatica delle ferrovie, a ricordare cose e persone di comune conoscenza.

Pini è più anziano. Da parecchi anni è pensionato. Tuttavia è a riposo solo da poco tempo perché ha continuato a lavorare per le ferrovie del nord Africa, sempre in campo informatico. Il nostro lavoro era diverso: lui esperto di tecnica ferroviaria, io esperto di tecnica informatica. Ma i ruoli spesso si confondevano; io stesso, per alcuni anni, fui capostazione.

Naturalmente si parlò dei colleghi: chi lavorava ancora, chi in pensione, chi, pace all’anima sua, è passato di là. Qualche ricordo di buoni risultati. Qualche risata su fatti involontariamente comici, qualcosa di te, qualcosa di me.

Il discorso si volse, in particolare, su due colleghi pensionati: Gelli e Possenti.

Gelli, il più anziano, andò via prima: vecchio scapolo, si sistemò in un casello ferroviario in disuso sulla linea di Pescara, poco oltre Tivoli; acquistato con i soldi della liquidazione. Lo seppi perché un collega mio coetaneo gli dette una mano a sistemare la casa in modo che potesse essere abitata. Ci parlava di arnesi da lavoro, materiali, restauri, piccola manutenzione.

Le vicende della vita e del lavoro portarono ciascuno di noi per una diversa strada. Da tempo non avevo notizie. Forse dieci anni.

Pini mi ragguagliò brevemente. Possenti, anch’egli scapolo, era stato accudito dalla mamma per tutta la vita. Negli ultimi anni di lavoro e nei primi di pensione dovette contraccambiare. Poi la mamma mancò. Si ritrovò solo, incapace di tenere una casa; inutile a sé e agli altri; sfiduciato e in attesa di chi sa che cosa, chi sa per quanto.

Chiese asilo a Gelli che, solo da anni, fu entusiasta di convivere. Cominciò, così, un felice sodalizio, del resto non nuovo, che si giovava dei decenni di proficuo lavoro comune e della reciproca stima.

In due si permettevano nuove iniziative, riacquistando il sopito entusiasmo: la staccionata intorno al prato del casello di residenza, un nuovo cancello e, nell’inverno, l’agnello da allevare nel prato per la prossima Pasqua. L’acquisto della bestiola fu il fatto veramente nuovo. Fu molto seguita, molto osservata, aiutata a cavarsela in ogni occasione. Mai animale domestico ebbe tante attenzioni e fu seguito con tanto altruistico interesse.

Venne la Pasqua e l’agnello rimase a pascolare nel prato. Nessuno dei due ebbe il coraggio di toccarlo, né di incaricare altri. Anzi, perché non soffrisse la solitudine, gli procurarono una compagna. Così il prato del casello serviva a qualcosa e non aveva più bisogno di essere falciato.

Con l’andar del tempo i due agnelli divennero adulti. Ebbero figli e nipoti. Gelli e Possenti procurarono loro un riparo, comprarono carri di fieno per l’inverno e carri d’erba per l’estate. La greggia cresceva, di mole e di numero. I neo pastori, sempre più anziani, percepivano la necessità di risolvere definitivamente il problema, ma la responsabilità di destinare il piccolo gregge al macello li spaventava.

Pini era stato da loro il martedi della settimana precedente. Li aveva trovati euforici e dediti a festeggiare un avvenimento eccezionale. Lo avevano invitato a brindare e festeggiare con loro. A tavola non c’era agnello, ma formaggi, salumi, frutta secca, pane fresco e buon vino del Piglio. Furono graditi i mostaccioli alla nocciola portati in dono da Pini e subito messi a tavola.

Alla fine gli avevano spiegato. L’allegria dipendeva dall’essersi liberati dell’armento senza dover decidere sul suo futuro. Un ladro aveva pensato a tutto.

Abigeato. Un rarissimo caso di provvidenziale abigeato.


 

Francesco Varani

Roma, 3/4/1998

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