Kenia NYERI

 

Latitudine 00 26 S Longitudine 36 58 E Altitudine 1759 m/slm ICAO WMO Index 63717

 

Amedeo d'AostaConducevo una carovana di otto jeep safari su di un percorso in terra battuta a bordo della camionetta apripista. Ogni vettura distanziava di alcuni minuti la successiva per dar modo alle polveri sollevate di non infastidire quelle che la seguivano, tanto che la colonna degli automezzi si era diluita su di un percorso di circa venti chilometri. A bordo del mio veicolo c’erano, oltre all’abilissimo autista keniota, seduto al mio fianco, due altre coppie di turisti sistemati nello spazioso vano posteriore, armati di cineprese e macchine fotografiche, intenti ad immortalare ogni immagine che sembrasse loro degna di nota. Il collegamenti con gli altri veicoli avvenivano a mezzo di una radio gracchiante che improvvisamente annunciò il blocco della colonna a causa di una foratura occorsa al secondo equipaggio. Ci trovammo così coinvolti in una solitaria sosta forzata che ci avrebbe obbligati a rimanere fermi ai bordi della strada per una buona mezz’ora.

Sulla carta geografica avevamo visualizzato di essere vicini ad un villaggio di nome Nyeri e, per non rimanere inutilmente fermi, chiedemmo al nostro scout-autista se non ci fosse un qualcosa da visitare nei dintorni. Con nostra somma meraviglia ci disse che, se ci avesse fatto piacere, ci avrebbe portato in un posto dove c’era un “presidio” italiano. Deviando dalla strada principale, attraverso un percorso inframmezzato agli isteriliti arbusti dell’altopiano, arrivammo ad una verde spianata, ordinatamente curata, che delimitava il basso, bianco muro di un cimitero, davanti al quale, su di una modesta asta, pendeva un immobile tricolore.

Assieme agli altri quattro passeggeri italiani, curiosi ed increduli di trovare la bandiera italiana in un luogo così remoto, entrammo nel sacrario e scoprimmo, commovendoci, che era il luogo dove, assieme a compagni di prigionia era sepolto Amedeo di Savoia. Nel centro del recinto si ergeva la tomba dell’eroe dell’Amba Alagi, medaglia d’oro al valor militare, unico ufficiale italiano che durante la seconda guerra mondiale ricevette, assieme ai suoi uomini, l’onore delle armi da parte degli avversari britannici. Un infinito silenzio circondò il nostro incedere tra quelle lapidi dove nomi italiani si accostavano a quelli degli ascari ma, quello che più strinse il nostro cuore, fu il leggere le giovanissime età e le scritte ricorrenti: “morto per la patria”. Un immensa tristezza ed il groppo alla gola impedivano ogni commento ma il pensiero di ognuno di noi era rivolto all’assurda inutilità del sacrificio di questi poveri “eroi”, morti a vent’anni, sepolti lontani da tutto e da tutti, e per sempre dimenticati. Sul muro scrostato del basso recinto, che permetteva di traguardare l’immenso, selvaggio orizzonte circostante, erano riportati anche nomi di abissini, somali, eritrei che, soccombendo valorosamente, avevano onorato il nostro esercito, nonostante la loro “patria” fosse un’ altra…

All’uscita, rompendo la religiosa quiete che aveva permeato la nostra visita, contattammo il “guardiano” keniota che, retribuito dal governo italiano, aveva il compito di tenere in ordine il sacrario. Avemmo conferma che pochissimi italiani erano precedentemente approdati a quella latitudine per rendere un piccolo omaggio a quei poveri soldati. Prescindendo da ogni appartenenza politica, fummo allora tutti accomunati nel recitare una preghiera, rendendo loro un ringraziamento incondizionato e ripromettendoci di sollecitare, al nostro ritorno, qualche accenno d’interessamento da parte della opulenta Italia per dei suoi caduti così ignominiosamente dimenticati.

 

(Gabriele Peschiera)

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