L’ARZILLE

Cetonia

Da piccoli, al Monte, si giocava con tutto, purchè non fosse compro. All’asilo, dove c’era una mente organizzatrice, si usavano sacchetti di semi che servivano ai bambini per costruire figure, tracciandone i contorni, mettendoli in fila o distinguendo le campiture con l’alternarsi di semi di varia grandezza, o colore, o disposizione.

Per me l’asilo, però, durò poco. Il primo giorno presi una punizione dalla suora anziana perchè avevo sottratto alcuni semi dall’opera del bambino che lavorava vicino a me. Mi servivano a completare la mia casetta con albero e strada. Dovetti sopportare, buono buono ma furioso, alcuni colpi di un robusto bastone sugli stinchi, nemmeno tanto forti, per la verità.

Il giorno seguente trascorse senza particolari eventi: sopportai l’asilo per tutta la mattinata. Il terzo giorno fui irrimediabilmente espulso. La suora anziana commise il fatale errore di lasciare il suo bastone appoggiato ad una sporgenza del muro e di distrarsi dal controllarmi. La vendetta fu fulminea; e fu anche considerata grave; non mi vollero più. Ne fui felice.

Dopo, le mie mattinate furono impiegate in campagna, col nonno Pigna, Checco il Moro. Mi lasciava giocare come volevo e mi dava la possibilità di aiutare. L’inverno raccoglievo i sarmenti della potatura della vigna, in primavera acchiappavo lucertole, cavallette, farfalle e arzille.

Oggi l’arzilla, per farmi capire, la chiamo cetonia. E scrivo anche “le arzille”, secondo le regole. E’ un coleottero di colore verde smeraldo, con riflessi metallici, bellissimo. Frequenta i fiori, specialmente quelli del sambuco, ma si trova anche altrove.

Per divertirsi con l’arzilla ci vuole un pezzo di filo della macchina per cucire. Lo si annoda ad una zampa dell’animaletto e si tiene in mano l’altra estremità. E’ meglio legarselo al polso, se no l’arzilla ti scappa con tutto il filo. Se non parte spontaneamente bisogna farla girare in aria; la sensazione del volo fa sì che l’arzilla tiri fuori le ali e cominci a volare, ma il volo è frenato dal filo, così il bambino si diverte ad osservare ed a guidare il volo, ad ascoltare il caratteristico ronzio.

Le ali stanno nascoste, quando mangia sul fiore, sotto le elitre smeraldine. Sono visibili soltanto quando vibrano per volare; allora lasciano intravvedere un colore tra l’oltremare ed il rosso, che chiameremmo volentieri color viola, se non fosse per il cangiare dovuto alla frequenza delle vibrazioni, che ti fa sempre credere le ali di colore diverso da quello che sembra, perchè non sei sicuro se vedi l’ala o l’aria intorno. Mi piace pensare che quello sia il colore porpora delle vesti più pregiate, usate dalle signore dell’antica Roma.

Tra l’osservare le ali, il tenere il filo, il portare l’arzilla dove volevo io, ci passavo delle ore. Qualche volta applicavo un piccolo carico al filo, ad esempio, una foglia verde; se era del giusto peso potevo lasciare l’arzilla, che continuava a volare, si spostava, ma rimaneva sotto controllo. Tutti i giorni prendevo dal rocchetto un paio di metri di filo, ne formavo una matassina arrotolandolo attorno alle dita e lo riponevo accuratamente nella tasca dei calzoncini, assieme alla fionda, ai sassi, a qualche tozzo di pane, al grano per attirare gli uccelli nelle trappole e tante altre cose utili.

Una volta ne presi due, di arzille. Divisi a metà il filo ed inaugurai il doppio tiro. Dava tante possibilità in più. Si potevano tener lontane trattenendo un filo con ciascuna mano, si potevano tenere entrambi i fili insieme, si poteva parcheggiarne una, legando il suo filo ad un rametto e guidando l’altra nelle vicinanze. Quest’ultimo fatto induceva l’arzilla legata al ramo a riprendere il volo nel caso si fosse distratta su qualche fiore lì vicino.

In due portavano un carico più che doppio. Eravamo alla vigna ed attaccai loro due grossi pampini. Li portavano qua e là, senza una particolare disciplina, perchè non erano mai d’accordo sulla direzione verso cui volare. Così combinate le mostrai al nonno, che si interessò alla vicenda, lui che si limitava sempre a sorvegliarmi da lontano senza parlare. Mi disse anche che forse la nonna Cucca, al ritorno a casa, avrebbe considerato il fenomeno con curiosità.

La nonna si chiamava Dolcissima, ma nonno Checco la chiamava col nome di famiglia. Era, forse, la più autorevole discendente della progenie dei Cucchi. Da grande mi sono domandato il significato. Il cucco, al Monte, è un uccello, il cuculo, che usa deporre le uova nei nidi altrui per farle covare, salvo poi, nascendo più grosso, buttar fuori dal nido i fratelli acquisiti. Il cucco, sempre al Monte è il ciclamino, delicato umile fiorellino del sottobosco. Mi è sempre rimasto il dubbio se qualche antenato della nonna fosse particolarmente delicato, d’aspetto o d’animo, oppure malvagio e prepotente.

Per quella volta la nonna non potè vedere il tiro a due arzille. Le legai ad un fascio di sarmenti per riprenderle dopo, ma non le trovai più, Il cappio con cui avevo annodato il filo era molle e loro ne avevano approfittato.

Al tempo del fieno si andava tutte le mattine alla Croce Nova. Lì c’era il prato. Era lontano, molto più lontano della vigna. Si andava presto, il nonno saliva su Tamburino, il fido asinello, io lo seguivo o lo affiancavo a piedi. M’invitava spesso a salire in groppa, ma non mi piaceva.

Il nonno falciava e lasciava l’erba a seccare al sole. Io ruzzavo tutta la mattinata nel prato inebriandomi del profumo dell’erba al sole ed aiutando a rivoltarla, perchè seccasse meglio, con il forcone di legno a due rebbi. Tutti i giorni, finchè durava il prato, si falciava, si voltava il fieno e si tornava a casa per pranzo.

Una sera il nonno disse che, se il tempo continuava bello e secco, l’indomani avremmo portato a casa una parte del fieno con la barrozza. La barrozza è il carro a buoi. Ha le ruote alte, un timone ed una parte adatta ad essere caricata, costituita da un pianale di assi e da sponde alte. Il tempo fu clemente, così la mattina partimmo con la barrozza. Avevamo con noi anche il pranzo perchè il fieno si carica quando è ben asciutto, cioè nelle prime ore del pomeriggio. La nonna mi avveva preparato il tascapane con dentro pane, uovo sodo, formaggio, due pomodori, il sale ed una bottiglia piccola di acqua e vino, tappata con un pezzo di tutolo, come quella del nonno. Il nonno invece portava i viveri con le sue solite vèrte, un particolare tipo di bisaccia.

Al prato il nonno falciò come al solito, però questa volta raggiunse un grande melo che era al centro del prato. Allontanò un po’ l’erba e ci portò, all’ombra, i buoi e la barrozza. Io aiutavo a voltare il fieno e ruzzavo. Spesso salivo sul carro per sorvegliare il tascapane. Non vedevo l’ora che arrivasse l’ora di pranzo per mangiare quelle buone cose ma, soprattutto per usare le attrezzature: la forchetta di canna fatta dal nonno e il coltellino con cui spaccare i pomodori e tagliare il pane a piccole fette, una per ogni boccone.

Di sul carro potevo osservare quel che avveniva tra i rami del melo. Le mele si erano già formate, erano abbastanza grandi, ma acerbe, agre. Mi arrampicai un po’, trovai un nido vuoto, tracce di un fulmine che aveva colpito l’albero e tante mele attaccate dagli insetti, quasi svuotate, ma ancora appese al ramo per il picciòlo. Qualcuna conteneva qualche arzilla.

Guardando sempre meglio mi accorsi che, più in alto, dove le mele erano più grandi, le arzille erano di più. In una mela ne contai undici. Cercai meglio e colsi la mela più popolata. Stavolta glielo avrei fatto vedere, alla nonna, un equipaggio multiplo; e chissà... forse tutti insieme potevano tirarsi dietro una foglia grandissima, forse di lappolone; così al Monte si chiama la bardana (arctium lappa).

Riposi la mela in un anfratto sotto l’albero e corsi dal nonno che mi chiamava per il pranzo. Presi le vèrte ed il tascapane e lo raggiunsi all’ombra di una grande quercia, ai margini del prato. I buoi, calmi, mangiavano l’erba che il nonno aveva falciato per loro, e noi mangiavamo ciò che la nonna aveva preparato per noi. Di tanto in tanto bevevamo dalla bottiglia, il nonno a garganella ed io, che non ero capace, con le labbra sul becco.

Dopo il pranzo caricammo il fieno sul carro. Io ero sopra e aggiustavo il carico, il nonno, da terra, raccoglieva il fieno col forcone, ne infilzava un po’ per volta e lo tirava su. Di tanto in tanto guidava Barcarolo e Traditore per spostare il carro in un luogo più vicino al fieno da caricare. In breve mi trovai in alto, il nonno mi raccomandava di stare al centro del mucchio di fieno e mi suggeriva come comporre il carico. Quando finimmo legammo il fieno con due suste incrociate in diagonale e ci disponemmo a partire. Prima però corsi a prendere la mela con le arzille e la misi in tasca. Il nonno, che non sapeva, si spazientì, ma si calmò subito perchè tornai di corsa.

La via del ritorno mi sembrò più lunga del solito. Ero impaziente di arrivare a casa e preparare un tiro almeno a dieci arzille, per farlo vedere alla nonna Cucca. Non più di dieci, ché mi avrebbe rimproverato per lo spreco del filo.

Quando mi vide, con le tasche più gonfie del solito, mi domandò cosa avessi mai portato dal prato, lasciando trapelare qualche dubbio sulla resistenza del tessuto che formava le tasche. Io mantenevo un rigoroso riserbo. Nemmeno il nonno sapeva della mela: doveva essere una sorpresa per tutti.

Di nascosto, presi una bell’accia di filo bianco e me ne andai nell’orto per preparare quella meraviglia. Intanto, vicino, il nonno e gli zii scaricavano il fieno e lo componevano in un grande fienile. Tolsi la mela dalla tasca e, con grande sorpresa, la trovai vuota del suo contenuto: nemmeno un’arzilla. Niente paura, forse erano in giro nella tasca. Tolsi gli oggetti di normale dotazione, voltai la fodera: niente! Le arzille erano tutte fuggite lungo la strada, zitte zitte, senza far rumore. Ci rimasi male. Piansi addirittura. La mamma, che non sapeva, mi chiese il perchè. Con lei era facile inventare la scusa, c’era sempre papà prigioniero a Grunewald. Pianse anche lei.

Delusioni si hanno spesso, nella vita. Talvolta casuali, talvolta perchè si è desiderato più del verosimile, talvolta perchè il nostro obiettivo era appetito anche da altre persone. Col tempo si impara a non piangere e a non recriminare; a sopportare e ad evitare agli altri i nostri lamenti. Però non vi meraviglierete più se, in certi momenti, subito dopo certi avvenimenti negativi, tali da frustrare qualche attesa più o meno fondata, mi sentirete farfugliare parole come l’arzille de la Croce Nova.

 

F. Varani

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